nell’Eterno

…lo trovarono una mattina bella
al sole
come a scaldarsi di freddo
lo trovarono sotto un cumulo di cartoni
appena
in
tempo
a non finire rifiuto
veniva da lontano
dopo avere girato mezzo mondo
fuggendo da sé stesso
che considerava
rifiuto…

l’alcool lo consumò
prima
della
morte

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9 pensieri su “nell’Eterno

  1. Naturalmente penso subito, mentre ti leggo, alla bella canzone di Jannacci.
    Perdonami per i messaggi che ti ho mandato. Prometto di non farlo più.
    Grazie.

    • Non lo farai più? lo devi fare e sì lo devi fare! invece.

      …e Jannacci? era un po’ più anziano di me.

    • Copiata? lo sono stata nel mio mondo lavorativo, di cui Jannacci non ha fatto parte, per sua fortuna. Poi, asina patentata come sono su tutto, non so nulla di lui (e non solo di lui), tranne il tormentone “Vengo anch’io no tu no” e l’essere stato una figura doppia: grande uomo di spettacolo sulla ribalta; uomo di medicina come tanti altri. Quindi? mi sento strana, scoprendo che un mio pensiero per un barbone consumatosi sotto casa mia nell’alcool, prima di andare via per sempre e nei modi come ho descritto, è già stato un pensiero di Jannacci.

      Anni fa, un famoso cantautore italiano citò in giudizio un famoso cantautore americano per via di una manciata di note (cinque o sei o giù di lì) che l’americano, secondo l’italiano, aveva ripreso da un suo motivo datato, ricavandone enorme successo e denaro. La storia, credo, finì in nulla: i giornali dissero che in una manciata così esigua di note, che in tutto poi sono solo sette, l’accadere di assonanze autonome è inevitabile.

      Beh, le parole sono molte più di sette e magari i giornali di me direbbero che le probabilità di assonanze autonome sono quasi nulle; però io ho dalla mia di non essere una famosa pizzininara, mi leggi solo tu, e che delle mie assonanze non ricavo né successi né quattrini. E le assonanze, quelle datate, io non so neanche quale siano.

      Un altro famoso cantautore italiano e un famoso paroliere scrissero una canzone che le cronache del tempo dissero ispirata medianicamente attraverso una medium spagnola (che poi era italiana lì soggiornante) da un altro ancora famoso cantautore italiano già morto.

      Spero che le mie assonanze non abbiano questa origine… e che Jannacci non se ne abbia a male, tenendo conto che l’accaduto è in via del tutto autonoma: ma, è accaduto veramente?

  2. Beh… naturalmente io volevo solo sorridere e non innescare una causa legale per diritti d’autore…con un defunto, per lo più. A me Jannacci piace molto e mi piace da molto: da quando mio padre, in auto, verso le vacanze o al ritorno da esse, inseriva nel mangiacassette una superotto (le ricordi?) con alcune canzoni di Jannacci. Alcune canzoni sue sono splendide, a partire da “Gigi telegrafista”, passando da “Faceva il palo” e da “Aveva un taxi nero” (quante risate, con questa, in auto) e così via. Naturalmente, “El purtava i scarp del tenis” (io lo scrivo con una enne sola) è una delle più belle…e delle più tristi.

    • E io sono la conferma di quanto l’ignoranza è misura dell’oscuro e dell’incomprensibile.

      Oggi sono ritornata a casa a piedi da viale Corsica. Giunta in zona Città Studi, quasi a ridosso della ferrovia di Lambrate, dove vi è un’estesa area ricreativa del Comune, lì un piccolo gruppo bandistico si esercitava a sfilare suonando e marciando. E mi sono ricordata del maestro di banda del mio paese e del suo appello a frequentare i suoi corsi di strumento: mi salvai da un’ennesima mortificazione perché la banda era ancora composta da soli uomini.

      Completamente priva di attitudini musicali invidio i cantautori perché sanno di parole e di suoni che vanno insieme.

    • …la chiesa ha il sapore dell’antico
      sopravvissuta al terribile terremoto del 1693
      è a navata unica
      una grande capanna
      dominano perennemente le ombre
      e i profumi dei ceri accesi e degli incensi bruciati nei secoli
      il suo parroco è mite
      indifeso
      appesantito dagli anni
      che
      porta
      dignitoso
      i suoi parrocchiani più numerosi
      agli anni
      aggiungono il peso dei campi
      la schiena curva
      rotta
      le articolazioni doloranti
      l’andare lento
      indeciso
      così le messe sono di pochissimi presenti
      corre
      voce
      che
      il vescovo
      voglia chiudere questa chiesa solenne
      occorre andare
      è la voce
      che
      gira
      il delegato del vescovo è atteso a sorpresa
      s’affollano le messe
      e io sono una tra la folla
      le amiche mi portano tra gli scanni del coro ligneo
      ho posto a sinistra dell’altare
      il secondo posto
      ché il primo è del sacrestano
      un uomo cieco
      dalle orbite vuote e infiammate e lacrimose
      le membra forti le mani enormi
      il
      corpo
      eretto
      la messa è cantata
      per dare solennità
      con la presenza di tanti
      al momento sacro
      il sacrestano ha finito il suo servizio iniziale all’altare
      arriva preciso al suo scanno
      portandosi una bella voce piena profonda calda
      si è ancora tutti in piedi
      chi è che stona
      la voce ora è stridula lacera insofferente
      si gira il sacrestano
      con le braccia in aria le mani aperte ad artiglio cercandomi
      mi prende
      come temendo che possa sfuggirgli
      mi scuote
      sembra un demone della follia
      la bocca dilatata nella sua notte eterna
      una
      maschera terribile
      tragica
      tremenda
      zitta
      mi dice ancora di voce trita
      e
      io…

      fui
      spenta

      nessuno parendo essere presente

  3. Maddaiiiiiiiii…povera!

    (ieri sera, alla messa del Giovedì Santo, mi pareva di essere tra ubriachi. Parlo del sedicente “coro”. Berio, Nono, Dalla Piccola, Maderna… sono nulla al confronto delle terribili accozzaglie casuali di note percepite. Perché non stanno zitti? Anche i preti hanno paura del silenzio, adesso, in chiesa? Mah. Diciamo che avevano le voci strozzate dalla commozione. Diciamo che io le avrei strozzate molto di più. Amen.)

    • …è attesa
      oggi si compie la fine di una predicazione
      e l’inizio di un calvario
      sgomento il popolo di Dio guarda sé stesso perduto
      e si nasconde smarrito
      impaurito
      domani il cielo e la terra incupiranno nel mistero della morte
      e poi
      un giorno ancora nell’abbandono
      nel domandarsi vano
      nell’affollarsi d’ angosce
      e giunge domenica e l’annuncio vittorioso
      il Cristo
      è
      risorto
      il popolo di Dio
      ritorna
      all’aperto
      nella sua luce… cantando lodi eterne

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