Fantasmi di guerra

…arrivarono con due barche
una mattina presto d’agosto
scaricarono una montagna di cassette
c’era di tutto
pesce ancora luccicante di vita
c’erano in grande quantità cassette di seppioline
prendetene una
disse il più anziano dei due pescatori
mentre l’altro
aiutava l’autista d’un furgone rugginoso a caricare tutto
li abbiamo pescati nella notte
e sono ottimi mangiati crudi olio sale limone pepe
disse ancora
noi tutti di casa si era già fuori
svegliati dai rumori dell’insolito arrivo
era l’alba già di luce piena
l’aria fresca
e il mare bello come lo sa essere d’agosto
il nostro anfitrione così prese una cassetta colma
e ne mangiammo tutti subito
come aveva detto
il vecchio
ne restarono alcune in un piatto
sazi come si era
di quelle che si era mangiati
e rimasero lì tutto il giorno nessuno più desiderandole

è notte fonda
il silenzio è coi sospiri del mare e di noi tutti nel sonno
apro gli occhi pesanti
come accade
dormendo
è nell’aria pesta di nero una fosforescenza verde
a fluttuare
sospesa
nella stanza
tra il pavimento e la volta
sembra un fuoco fatuo
come di quelli che dicono siano nei cimiteri le notti tetre
apro meglio gli occhi strofinati
è lì
non è un’allucinazione
penso a una delle anime pie che lì la guerra soldato aveva spenta
lo sbarco che fu degli alleati il 3 luglo mattina del ’43
mi faccio coraggio mi alzo avanzo a tentoni
ora la stanza è doppia
e già
io sono in quella in cui si dorme in gruppo familiare
e l’anima pia fluttua in quella che è comune alle altre
sembrano cinque sei sette fiammelle
attraverso l’uscio aperto
ho il cuore in gola
mi avvicino lenta silenziosa di piedi nudi
oltre l’uscio
si materializza il tavolo in mezzo alla stanza
un piatto
sovra esso anche lui in mezzo
acceso brillantissimo di fosfori verdi
mi avvicino
guardo meglio
sono le seppioline avanzate
è uno spettacolo bellissimo
mi rimetto a letto
l’umidità sopra il piatto materializza ancora i riflessi accesi
in
delicate
danze
fluttuanti
come d’un grappolo di fiammelle
riprendo sonno…

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2 pensieri su “Fantasmi di guerra

  1. Che bello! Ma hai acceso la mia curiosità per la fosforescenza.
    Poi, invece, magari, un giorno, ti racconto dei fuochi fatui…. anch’essi di raro fascino

    • Quando venni a Milano, migrante, la mia prima notte, e alcune altre successive, le trascorsi a Cologno Monzese alloggiata in una struttura che quasi confinava col cimitero. Al bar ristorante della struttura, dove cenavo, sentii questa storia, raccontata dal barista ad alcuni avventori come vera e protagonista lui con altri ragazzotti del luogo. Disse:

      S’era d’inverno, una notte tetra di vento freddo, s’era un gruppo di vecchi amici tutti ragazzotti spavaldi ed esuberanti. S’era usciti dal baretto allegri e spensierati. E giunti al cancello del cimitero (un cancello imponente che rompe ancora oggi le alte mura di cinta), proprio qui a fianco a noi due passi più avanti, ci fermammo e gli occhi ci presero del luogo. Ciascuno aveva la sua storia da dire, di morti e di fantasmi, e il fischio del vento tra le tombe, l’ora tarda, il cielo nerissimo, il freddo tagliente rendevano ancora più raccapriccianti. Qualcuno commentava che mai e poi mai sarebbe entrato in un cimitero una notte come questa. -Facciamo una scommessa-, disse uno di noi. -Che scommessa-, rispondemmo tutti. -Scommettiamo che riesco ad attraversare il cimitero e ritornare-. Accettammo tutti, curiosi di vedere questa spavalderia, ma con la condizione che facesse il percorso a passo normale non di corsa. Accordatici, uno di noi si spostò dietro le mura, sul lato opposto del cancello, doveva raccogliere la voce del temerario che aveva portato a termine la prima parte del compito. Quando fu tutto pronto, il coraggioso scavalcò il cancello e, come fosse a passeggio, si avviò per il vialetto principale, sparve nella notte e nelle ombre degli alti cipressi. Passò il tempo e null’altro accadeva se non i rumori della notte e del vento. Quello appostato, credendo che l’amico avesse rinunciato, ritornò con noi altri. Tutti si era sospesi. Si diceva: -Fa il furbetto, ci vuole costringere ad andarlo a cercare, così poi ci appare improvviso a spaventarci-. Intanto il tempo passava e non era da poco che si era inoltrato. Prendemmo coraggio e tutti saltammo il cancello. In tanti si era coraggiosi. Lo si chiamava bassi di voce. Lo vedemmo, era immobile, un alto ramo curvo di siepe spinosa lo aveva agganciato come amo alla sommità del collo del maglione e lo teneva come pesce fa una canna da pesca. Lo chiamammo con voce chiara, non reagiva. Gli fummo intorno, era ceruleo, gli occhi aperti enormi fissi nel vuoto. Cercammo di scuoterlo, niente. Lo prendemmo di peso, a fatica facendogli scavalcare il cancello, e lo portammo a casa. Ebbe un violento attacco di itterizia e febbri altissime per giorni. Ci volle più di un mese prima che ritornasse tra noi.

      A cena ero io sola, gli altri erano tutti avventori del bar. Le luci soffuse, il racconto, il tempo che fuori era brutto di piogge scroscianti, l’essere ancora io come un pesce fuor d’acqua, resero quella mia notte incombente del cimitero che era lì a fianco.

      Poi ebbi la Brianza, ad ospitarmi bellissima, per molti anni.

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