Gesù, ho bisogno di Te

E’ Natale, finalmente!

E’ Natale, ancora!

Alcuni giorni fa, la mia amica Kristine mi ha fatto ascoltare una strana canzone. Ho pensato ( e lo dissi a lei)  che avrei usato l’amicizia che ci lega, ciò che io so (penso?) di quanto Kristine custodisca dentro di sé ed alcune parole di quella canzone per scrivere i miei auguri per questo Santo Natale. L’ho fatto. Grazie, Kristine. Sii felice come ora io lo sono. Dio è nato. Dio è venuto e viene ed entra nella nostra così povera carne!

Questi sono i miei migliori augori per questo Santo Natale ormai così vicino.
Ho nelle orecchie e nella mente una melodia dolcissima e piena di pace che non riesco a togliere: è la cantata di Bach BWV 147 “Jesus meine Freude” (Gesù è la mia gioia).
Nel mio intimo ho anche tutto il buio e tutta la notte che ho avuto lungo l’Avvento.
Mio Dio, Gesù Cristo, nasci! Desidero la Tua luce. La Tua pace. La Tua gioia.
Desidero tutto questo anche per te.
Buon Natale, ancora e sempre!

 

Gesù, ho bisogno di Te
di Judy Barton nel Natale 2019

Quando nebbia nasconde
ogni idea d’ogni strada
Sono sola nel grigio, impotente
senz’alcuna risposta ai perché

Sono il mio bisogno, non nutro
io quest’anima scialba o la mente.
Sono un buco, un’assenza,
senza pace né gioia.
Sono una cagna vecchia lontana da casa
Sono il gelo dell’erba, d’inverno nel bosco

Quando passa la festa
e domenica fugge incompiuta
Sono sola la notte e non dormo
senz’alcuno che sazi i perché

Ho bisogno di Te, Tu che nutri
la mia anima scialba e la mente.
Tu ricolmi il mio nido d’assenza,
porti a me pace e gioia.
Nasci e sii la mia casa: che cambi
io nell’erba più verde, nel sole del bosco

20-24.XII.2019

 

Versione inglese

6 pensieri su “Gesù, ho bisogno di Te

  1. Tu scendi dalle stelle
    O Re del Cielo
    E vieni in una grotta
    Al freddo al gelo
    E vieni in una grotta
    Al freddo al gelo
    Tu scendi dalle stelle
    O Re del Cielo
    E vieni in una grotta
    Al freddo al gelo
    E vieni in una grotta
    Al freddo al gelo
    O Bambino mio Divino
    Io ti vedo qui a tremar
    O Dio Beato
    Ahi, quanto ti costò
    L’avermi amato!
    Ahi, quanto ti costò
    L’avermi amato!
    A te, che sei del mondo
    Il Creatore
    Mancano panni e fuoco
    O mio Signore!
    Mancano panni e fuoco
    O mio Signore!
    Caro eletto Pargoletto
    Quanto questa povertà
    Più mi innamora!
    Giacché ti fece amor
    Povero ancora!
    Giacché ti fece amor
    Povero ancora!
    O Bambino mio Divino
    Io ti vedo qui a tremar
    O Dio Beato
    Ahi, quanto ti costò
    L’avermi amato!
    Ahi, quanto ti costò
    L’avermi amato!

      • Già dissi in questi appiccicati che la mia infanzia fu in paesi ancora di cultura contadina: i campi profumavano dei loro prodotti privi di inquinanti, gli animali selvatici erano nel loro ambiente incontaminato numerosi, quelli domestici a contatto quotidiano con gli umani. Ogni mattina i pastori percorrevano le vie dei paesi con capre e pecore e mucche da mungere direttamente nei pentolini delle massaie. I paesi tutti odoravano di stalle: alle bestie da soma si aggiungevano le nasse dei polli, che di giorno razzolavano libere per strada, e qualcuno teneva anche una capra o una pecora per il latte e il maiale da macellare tra novembre e carnevale.

        Ebbene, lo zampognaro era un pastore, vestiva delle pelli delle sue bestie macellate, il mantice della zampogna era la pelle intera di una bestia svuotata, al collo, al posto della testa, un cilindro di legno per innestare le varie zampogne e il boccaglio per gonfiare la pelle.

        Nei giorni dell’avvento, la sera, quando tutti si era in casa in attesa della cena frugale alla fiocca luce d’una lampadina, riscaldati dai bracieri sul pavimento rosseggianti, due tre di loro allietavano le vie a passo sincrono con le loro nenie, panciuti con le pelli gonfie del loro fiato, e sembrava tutti essere in un presepe, punteggiato dai lumi di ciascuna abitazione trapelanti. I lampioni spargevano flebili luci gialle nei gelidi vapori fluttuanti della notte. Ciascuna famiglia lanciava dai balconi monetine per esprimere l’apprezzamento. Uno di loro le raccoglieva attento di non lasciarne a terra e si inchinava ossequioso, impacciato dalle zampogne e la pelle gonfia. Poi riprendeva con gli altri e le nenie si affievolivano per altre vie percorse per poi ritornare la quiete della notte e nelle orecchie permanere per un po’ quelle.

        Beh, il mio inserto folcloristico non può competere col tuo: io non ho cultura… Scusami.

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