Quando esco

Sono loro, oggi.

Quando esco di casa vi vedo
azalee, rosmarini e lavanda
sotto orgoglio di quel siliquastro
e lonicera e glicine ancora

Ogni mese avrà aromi e colori
gelsomino già è pronto e la sera
colmerà di profumo lo spazio
del giardino e la strada di fronte

Quando esco di casa mi accoglie
la bellezza che hai posto nel mondo
fatto a nostra dimora e ricordo
che Tu sei dietro tutte le cose

Ogni mese avrà vita potente.
Prepotenza dell’Uomo è momento
che non dura, che un soffio disperde
come questo malanno dimostra

15.V.2020

3 pensieri su “Quando esco

  1. Prima di migrare per la Brianza, abitai, ora un tempo lontanissimo, in un paesino del messinese, riviera tirrenica, dentro al golfo di Milazzo; avendo dirimpetto le isole Eolie, Stromboli in particolare la più dirimpetto, il mare a 600mt da casa, la casa nel verde dei campi, i campi a colture di agrumi e orti; poi le pendici dei monti Peloritani e, ai loro piedi, la stazione ferroviaria sulla linea Messina-Palermo; tra la ferrovia e il mare la statale 113, unica via: lì da bambina settenne fui travolta da un’auto, alcuni mi credettero morta ma si sbagliavano, non ebbi un osso rotto e nessuna emoragia.

    A Milazzo, sul tratto dalla statale al centro storico della città, ora tutto un garbuglio di nuovi quartieri, i campi di allora erano tutti a coltura di gelsomino; dai fiori estraevano gli oli essenziali e questi erano spediti a Londra per essere commercializzati ai produttori di profumazioni di tutto il mondo.

    In quell’area il gelsomino dominava ogni altro odore.

    Poi misero su una raffineria di petrolio, proprio lì dove c’era il gelsomino; il golfo si inquinò di fumi e il mare degli scarichi delle navi cisterne; i campi di gelsomino si inaridirono e gli agrumi si macchiarono di nero-catramoso.

    Il golfo, dall’altro lato, si apre molto più ampio, sino a capo Calavà ma prima, tra Barcellona e Patti, vi è, ben dentro il golfo, capo Tindari, uno sperone di roccia alto a strapiombo sul mare: in cima il santuario della Vergine Nera di Tindari. Ma furono i greci prima e i romani dopo i primi a valorizzare questo sperone di roccia con un teatro e un ampio complesso abitativo ancora esistenti.

    Il santuario della Vergine, fino agli anni ’60, era una chiesuola ma il parroco di quegli anni, megalomane, indisse, con successo tra gli emigrati per il mondo, una raccolta di fondi che permise di inglobare la chiesuola in un enorme mausoleo di marmi ed altre preziosità e oggi ne traggono reddito, dai turisti che affollano tutto l’anno, venditori di souvenir e gestori di ristorazioni, snaturando l’antica sacralità della chiesuola.

    La Vergine di Tindari, una scultura lignea in cedro del Libano di epoca bizantina, forse, essendo sul mare, è invocata dai marinai in pericolo che, nei momenti di tempesta, l’hanno come punto di riferimento. La chiesuola è colma di ex-voto di marinai scampati ai perigli. La fama della statua si perde nel tempo è il luogo è meta di pellegrinaggi, un tempo non molto lontano fatti a piedi.

    Ad uno di questi pellegrinaggi, non so quando, si unì una donna calabrese che aveva avuta la figlia, ancora poppante, guarita da una grave malattia proprio per intercessione della Vergine di Tindari, invocata. Il Santuario, sia l’antico che il moderno, sono orientati lungo la linea di costa da est ad ovest, con facciata qui. Il fianco sinistro del santuario, ai tempi del pellegrinaggio di cui parlo, era di ampio spazio prima del ciglio che precipita a picco sul mare per oltre 100mt; ciglio protetto da una inferriata a maglie non troppo strette. La pellegrina, dopo le dovute devozioni alla Vergine dentro il santuario, sostò su questo spazio, lasciando la piccola sgambettare per terra. Siccome era stata sorpresa dal colore nero della Vergine, che lei ignorava, commentava con altri pellegrini che aveva fatto un viaggio così lungo e faticoso per vedere una più nera di lei. Nel frattempo, la bimba sgambettando libera per terra, infila una maglia della ringhiera e… giù come peso morto che cade, e cadde per 100mt, sotto gli occhi atterriti della madre. Allora la poveretta ritornò correndo disperata ai piedi della Vergine, invocando perdono e aiuto, continuando a disperarsi e straziandosi. Dopo un po’ entrò nel santuario un marinaio che aveva in braccio la piccola totalmente incolume. E alla Vergine la donna riconobbe per la seconda volta la potenza della sua misericordia. Il marinaio, che era in barca poco distante dalla scogliera, disse che la piccola toccando l’acqua vi era rimbalzata 3 volte, come una palla elastica, finendogli miracolosamente tra le braccia.

    Sul finire degli anni ’40, mio padre ci portò, un giorno d’estate, al santuario ancora primitivo: c’era la ringhiera del miracolo, e, sul mare, tre affiori di sabbia che la leggenda diceva essere i luoghi di rimbalzo della bimba. Oggi la sabbia ha preso il posto del mare come una immensa lingua che si protende e se qualcuno vi dovesse ancora cadere dall’alto è lì che finirebbe.

  2. In realtà il mio non è gelsomino…morirebbe in inverno…è rincospermo, comunque profumatissimo. Tindari, dici… beh … è una delle sue che amo di più:

    VENTO A TINDARI
    di Salvatore Quasimodo

    Tindari, mite ti so
    Fra larghi colli pensile sull’acque
    Delle isole dolci del dio,
    oggi m’assali
    e ti chini in cuore.

    Salgo vertici aerei precipizi,
    assorto al vento dei pini,
    e la brigata che lieve m’accompagna
    s’allontana nell’aria,
    onda di suoni e amore,
    e tu mi prendi
    da cui male mi trassi
    e paure d’ombre e di silenzi,
    rifugi di dolcezze un tempo assidue
    e morte d’anima

    A te ignota è la terra
    Ove ogni giorno affondo
    E segrete sillabe nutro:
    altra luce ti sfoglia sopra i vetri
    nella veste notturna,
    e gioia non mia riposa
    sul tuo grembo.

    Aspro è l’esilio,
    e la ricerca che chiudevo in te
    d’armonia oggi si muta
    in ansia precoce di morire;
    e ogni amore è schermo alla tristezza,
    tacito passo al buio
    dove mi hai posto
    amaro pane a rompere.

    Tindari serena torna;
    soave amico mi desta
    che mi sporga nel cielo da una rupe
    e io fingo timore a chi non sa
    che vento profondo m’ha cercato.

    Struggente. E chissà che quella rupe abbia ispirato la sua…

  3. è nobel
    disse entrando in classe da padrone senza bussare piantandosi stecchito
    1959
    di quell’anno che iniziato il 1° ottobre s’era da poco tra i banchi
    ci onoriamo di averlo avuto concittadino
    prendete
    esempio da questo nostro illustre e
    uscì
    impettito e dritto e alto del suo sapere umanistico di cui era dottore

    a casa
    guardai tra i libri di mio cognato
    il titolo diceva più o meno quasimodo e l’ermetismo un bel tomo
    lo sfogliai
    ne lessi alcune
    negata come sono a comprendere i pensieri lo riposi

    e rimasi scecca

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