Digressioni

Digressioni di una ottuagenaria inaridita

Prologo

Negli anni ‘70 l’Ufficio presso cui lavoravo si dotò di una macchina contabile programmabile sia attraverso un tastierino esadecimale, cioè dotato delle sole cifre “0123456789ABCDEF”, sia attraverso schede perforate prodotte dalla digitazione del tastierino esadecimale e perforate dalla stessa unità di lettura delle schede perforate, essendo questa bivalente. La ram consisteva in un quadro di anelli ferromagnetici con la capacità di 1000 byte. L’output veniva o immagazzinato su schede formato A3 che avevano su entrambe le facce 2 bande magnetiche scritte e lette da una apposita periferica integrata o diretto alla stampante, anche questa integrata nell’hardware, che era, tout court, una telescrivente a percussione di martelletti, dotata della sua tastiera alfanumerica per l’uso operativo. Tutto il complesso, dalle dimensioni di un mobile metallico ingombrante, surriscaldava terribilmente come una potente stufa e quindi forzatamente raffreddato ad aria da rumorose e assordanti ventole sempre attive che mettevano, anche, in rumorosa vibrazione i tanti pannelli metallici esterni di copertura dell’hardware. L’inquinamento acustico peggiorava di non poco quando entrava in funzione la telescrivente. La macchina era dotata di due manuali: uno operativo per il quotidiano uso d’ufficio e l’altro relativo al linguaggio di programmazione in formato esadecimale. Naturalmente l’Ufficio acquistò anche i pacchetti software, in schede perforate, per l’immediato uso contabile a cui la macchina era destinata: gestione degli incassi e dei pagamenti, gestione delle retribuzioni al personale. Le gestioni erano registrate su distinte e molteplici schede a bande magnetiche e spettava all’operatore far leggere la scheda giusta al momento giusto; naturalmente la macchina accettava solo la scheda giusta, rifiutando le altre. Curiosa da sempre di scienza e tecnologia, malgrado le mie modeste conoscenze, con pazienza e perseveranza, leggendo il secondo manuale, imparai a programmare la macchina per migliorarne gli utilizzi. Proseguii con letture di altri manuali quando, l’ufficio, agli inizi degli anni ‘80, si dotò di ciò che oggi sono chiamati PC e imparai a programmare con linguaggi molto più evoluti rispetto al linguaggio esadecimale della prima macchina. Oggi, ultra ottuagenaria, ho solo reminiscenze di quegli intensi anni, in cui imparai anche, alla fine degli anni ‘90, l’uso dell’app “Access” della famiglia delle app di “Office”, distribuite dall’americana proprietaria “Microsoft”. L’app “Access” è un software per la creazione e la gestione facilitata, con un IDE grafico, di database ben strutturati che, con l’ausilio della sezione programmabile in linguaggio “Visualbasic”, possono essere affinati dove l’IDE non è di supporto, rendendo il database perfettamente adeguato ad ogni singolo bisogno. Tralasciando questo ultimo aspetto dell’app “Access”, per essere l’unico aspetto veramente impegnativo da imparare in una breve digressione come questa, “Access” può essere utilizzato da tutti per strutturare database domestici, come: biblioteca, contabilità, archiviazione di documenti e quant’altro la fantasia e le necessità domestiche possano spingerci ad immaginare. Molti si affidano ai fogli elettronici di “Excel” o alle tabelle di “word” per registrare libri e spese. Queste due app, come “Access”, hanno anche loro la sezione programmabile in “Visualbasic” e, senza di essa, sono modesti gli usi che se ne possono fare come database strutturati: con “Access” invece il database è subito strutturato sufficiente come tale, senza dover ricorrere all’area programmabile. Questa breve digressione si propone di avviare i curiosi all’uso di “Access”, portandoli, passo dopo passo, alla creazione di un database per la gestione di una biblioteca casalinga. Occorre, naturalmente, che il proprio PC sia dotato dell’app: io ho usata la versione 2007. A rivederci, allora, per gli improbabili lettori interessati, al 1° passo… bye…

12 pensieri su “Digressioni

  1. Non sono ottuagenaria, come sai, ma ho visto qualcosa anche io. Prima dell’università un amico di famiglia mi propose di imparare ad avere a che fare con il computer che usava per cose che presumo analoghe alle tue: contabilità, paghe, robe così. Accettai in verità senza troppo entusiasmo, anche perché scoprii presto che la proposta aveva un secondo fine sul quale sorvolo. Il suo computer, il primo che io vidi da vicino, usava le schede perforate ma erano già quelle piccole, grossomodo formato tessera, peraltro in grado di immagazzinare molti più dati di quelle grandi, più vecchie. Quel computer aveva tutto: unità di lettura, di scrittura, di elaborazione e stampante. Questa utilizzava ovviamente i moduli perforati (quelli col “formaggio” asportabile, come si diceva dei bordi con i fori per guidare l’avanzamento della carta) e poteva anche disegnare cose (solitamente volti: tipico quello di Gesù Cristo) utilizzando i caratteri alfanumerici per dosare, quadratino per quadratino, la minor o maggior quantità di inchiostro nero.
    Quella cosa occupava una grossa stanza e la sua potenza di calcolo era una modestissima frazione di quella del vecchio pc su cui sto scrivendo adesso.
    Era comunque una macchina molto moderna per quegli anni: aveva infatti anche l’unità disco, che poteva leggere/scrivere, in alternativa alle schede perforate, su grossi dischi di metallo, più grandi di un LP, che potevano contenere moltissimi dati (non ricordo quanti). Comunque meno di quelli che pochi anni dopo ci stavano sui primi floppy.
    Avevo imparato il linguaggio di programmazione, in verità molto elementare: si chiamava RPGII.

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